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Paese

Dati Generali
Il paese di Esporlatu
Esporlatu con una superficie di 18,27 kmq è il paese più piccolo del Goceano, costruito sotto il colle dominato dal castello di Burgos, sorge nelle vicinanze di quello che fù uno dei più antichi e forse importanti centri del Goceano, lo scomparso villaggio di Bortiocoro che, dopo la decadenza di Anela, fu capoluogo della curatoria per essere poi distrutto in tarda età aragonese. Il territorio è attraversato dal rio Molinu che rende fertile soprattutto la zona verso la pianura. Numerose le testimonianze del periodo nuragico come il maestoso nuraghe mono-torre di Erismanzanu. L'economia del paese è legata principalmente all'agricoltura.
Il territorio di Esporlatu
Altitudine: 200/961 m
Superficie: 18,31 Kmq
Popolazione: 475
Maschi: 222 - Femmine: 253
Numero di famiglie: 188
Densità di abitanti: 25,9 per Kmq
Farmacia: (Burgos) piazza Emanuele Filiberto, 2/A - tel. 079 793676
Guardia medica: (Burgos) - tel. 079 793001

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Storia

ESPORLÀTU o SPORLATU, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nùoro, e nel mandamento di Bono. Contienesi nel Gocèano antico dipartimento del regno Logudorese.

La sua situazione è alla latitudine 40°, 23', ed alla longitudine occidentale di Cagliari 0°, 6'.

Giace in un canale della gran valle del Gocèano alla falda del colle del Castello sopra la sponda sinistra d’un fiumicello tributario del Tirso. Vi si patisce in estate gran caldo, in inverno un po’ di freddo, sentesi in certe stagioni e ore molta umidità, e vedesi non di rado fosca l’aria per le nebbie. Molte eminenze essendo intorno, però poca è la ventilazione, e la stanza non è salubre in tutti i tempi dell’anno.

Componesi questi villaggio di circa 80 case rozzamente fabbricate, incomode e malsane. Le famiglie sono 75, le anime non so quante sopra le 300. Le nascite annuali per la media calcolata sono 12, le morti 9, i matrimonii 2.

Gli esporlatesi sono brava gente, ospiti generosi e uomini siffatti, che fanno più che parlino. Spiacemi che non li possa lodare siccome laboriosi e meno negligenti della loro sorte.

I più sono applicati all’agricoltura, pochi alla pastorizia, e forse neppur uno alle altre professioni. Le donne cambiano spesso la spola e il fuso nella falce e nella zappa, ora coltivando gli orti, ora cooperando a’ mariti e a’ padri nella messe. Lavorano tele di canape, delle quali si servono nelle famiglie, e di rado maneggiano la lana.

Gode anche questo comune della bella istituzione del monte granatico e nummario, e della scuola di primo insegnamento. Un prete fa da maestro, e i discepoli non sono più di dieci, quando tutti vi concorrono, il che accade di rado.

Il vescovo di Bisarcio esercita la sua giurisdizione sopra questo popolo. Un prete col titolo di rettore attende alla cura delle anime, e in questa è assistito da un altro sacerdote.

La chiesa parrocchiale ha per titolare s. Gavino. Non essendosi ancora formato il campo-santo, si continua a deporre i cadaveri in luogo annesso alla medesima. Essa sta all’estremità dell’abitato. In mezzo è la chiesetta di s. Sebastiano, e fuori in là del fiume alla distanza d’un miglio e mezzo ora son vedute le rovine di due chiese rurali, in una delle quali facevansi i divini ufficii ogni anno nella commemorazione del martirio di s. Barbara.

La festa principale è per s. Lucia, ed è frequentata da’ popoli vicini. Vi si distribuiscono carni e panifini (sassimulas), ma solamente a’ preti e a’ cantori. L’altro concorso considerevole degli stranieri occorre per la festa di s. Antonio da Padova. Gli esporlatesi ed altri goceanesi ritornando da Ottana dopo fattavi la novena in onore dello stesso Santo, concorrono alla chiesa di s. Sebastiano, e quando abbiano adempito alla religione, mettonsi in allegria e banchettano e ballano fino a cert’ora, quando è tempo che si riducono alle loro case.

Il territorio d’Esporlatu è di una superficie angusta. Una parte n’è piana, e comprendesi nel Campo (come chiamano il fondo della gran valle); l’altra occupa alcuni spazii nelle falde dei monti del Marghine e del Gocèano, i quali si dividono dal sunnotato fiumicello. Questo viene da’ monti di Bolòthana e riceve le acque di molte fonti, quindi corre al levante ed entra nel Tirso dalla sua sponda destra. Quando le nevi si liquefanno nei vicini monti, esso si fa temere e impedisce le comunicazioni, portando via le travi che eransi attraversate sopra le sue rive a un passo periglioso. Maggiore è il suo orgoglio quando cresce da’ torrenti, ma più breve. La regione montuosa è ben alberata. Le quercie vi sono più numerose che le altre specie ghiandifere. Variano quel colore le filiree, le sorgiache, gli ulivastri, i lentischi ed altre specie. I perastri sono frequentissimi nella valle, i nociuoli nelle eminenze che sorgono alla destra del fiumicello.

Si seminano dagli esporlatesi starelli di grano 50, d’orzo circa altrettanto, di fave 20, di fagiuoli e lenticchie 10, di granone 4, di canape 20, di lino piccolissima misura. Resterebbero inerti molte terre se i bonesi non venissero a coltivarle. È riconosciuta la fertilità di quei campi, ma le operazioni dell’arte essendo poco saggie, la produzione non è quanta si potea sperare. Guadagnasi ordinariamente sull’uno l’otto ne’ grani, il dodici nell’orzo, il sei nelle fave: il campo rende il doppio in semenza, e cinque diecine di fibra per starelli. I poveri seminano a zappa nelle parti sode del territorio. La benedizione suole spesso cadere sulle loro opere, ed hanno buon frutto delle loro fatiche. Dove la terra è irrigata sono molti tratti coltivati per i legumi e poche specie ortensi. Pochi amano le patate.

La vite viene assai prospera, e dà gran copia di mosto. Il vino perchè non bene manipolato non è di quella bontà che esser dovrebbe per il favor del clima. Sino al gennajo molti conservan ne’ fondi alcuni grappoli, e posson presentare agli ospiti bellissime uve anche nella primavera. Queste tengonsi appese dopo averle asciugate al sole per uno o due giorni.

I predii sono cinti a siepe viva di prunastri. Vi si coltivano insieme con la vite, noci, mandorli, peri, peschi, susini, fichi, meli ed altre specie: il numero degli individui è ragguardevole. I più di questi alberi sono così disposti che possono far riparo alle viti dal-l’impeto de’ venti freddi. I frutti sono abbondanti, e i proprietari di così buon cuore che non si dolgono se qualche straniero ne prenda parte senza loro licenza.

I pascoli sono copiosi ed ottimi. Si numerano (anno 1839) vacche 60, buoi per l’agricoltura 80, pecore 400, porci 200, majali 60, giumenti 40 per macinare quel grano, cui non bastano i tre molini idraulici di malintesa costruzione. Mangiasi pane di grano e d’orzo. Le capre che pascolano in questo territorio sono di proprietarii d’altri comuni. I cavalli saran 18, le cavalle 15.

Il selvaggiume è abbondante. Le lepri e volpi sono in grandissimo numero. Occorrono frequenti i daini nel campo, il cignale ne’ boschetti del nociolo e nella selva foltissima di Crastumannu. Qui la caccia è certa in tutti i tempi, in quelli è sicura e spedita nella stagion del frutto, sentendo i cacciatori la preda all’infrangimento delle nociole. Usano in questa regione tutte le specie d’uccelli comuni nella Sardegna. I banditi provvedonsi una parte della misera loro sussistenza dalla caccia, l’altra ottengono dalla generosità dei pastori.

La pesca nel Tirso è in certe stagioni abbondantissima, ed accadde più volte che siasi disrotta la rete alla bocca del nassaio. Le anguille sono ottime, e le trote assai pregiate.

Di cose antiche in questo territorio non vedesi altro che due o tre norachi, e alla sponda destra del fiumicello più volte menzionato trovansi le rovine della deserta Bortiòcoro, sulle quali son già cadenti le due chiese che si eran per tanto tempo conservate.

Dista Sporlatu da Burgos così poco, che si intenda la voce da uno ad altro luogo, sta lungi da Bòttidde poco più del doppio, e vede Bono capoluogo del dipartimento e del mandamento verso il greco in distanza di circa tre miglia. Il Tirso scorre a levante in là di tre miglia e mezzo. Ilorai trovasi alle tre miglia verso il suo ostro. Prolungata questa linea alle dieci miglia trovasi Ottàna. Le strade sono carreggiabili soltanto nella parte campestre. I trasporti si fanno su cavalli e su buoi. Gli sporlatesi poche cose posson mettere in commercio, e se non producon più di quel che fanno, egli è per la malagevolezza delle strade, e per la distanza de’ punti, dove converrebbe portar le derrate.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Esporlatu
I6 gennaio: Sant'Antoni ' e su fogu.
I0 maggio: Sant'Isidoro.
I3 giugno: La cavalcata di Ottana
Si svolge il 13 giugno, ma non nel paese. Gli Esporlatesi, infatti, continuando una vecchia tradizione si recano ad Ottana, centro distante non pochi chilometri per ossequiare Sant'Antonio di Padova.
2a domenica di settembre: Santa Barbara.
25 ottobre: San Gavino, festa del Santo Patrono.
I3 dicembre: Santa Lucia